L’armata neritina annichilisce Molfetta. E lo fa per la seconda volta consecutiva nel giro di venti giorni.
Tramortito il campionato che adesso procaccia definitivamente la chiarezza che andava cercando , ma che questa signora squadra si è sudato sin da principio acquisendo già il titolo di vincitore morale.
Perché il Nardò è la squadra più forte, perché il Nardò è la squadra più tecnica, perché il Nardò è la squadra più organizzata, perché il Nardò è la squadra più pulita e leale, figlia di una dirigenza e di una città che si è riconsacrata nel calcio passando attraverso la strada della civiltà e della festa. E ieri è sceso in campo un elemento a sorpresa ma non troppo! Un calciatore che nessun calciomercato può mettere all’asta, un valore aggiunto che gli altri si sognano, perché solo una città folle come la nostra può permettersi:
IL SUO POPOLO! Vero e proprio baluardo, vera e propria forza della natura. E giocare in dodici contro undici non è facile per nessuno. La carica dei 5000! Strano a dirsi, ma è eccellenza. E questa città fa dei numeri da capogiro, numeri pazzeschi, da far ingelosire piazze(tante) che pallidamente fanno passerella in serie B. Non riesco ancora a trovare la giusta razionalità per descrivervi l’ansia, l’attesa e il vissuto di questa partita, forse (col senno di poi) fin troppo temuta. Ma questo campionato ha visto tante ombre e tanti episodi poco chiari far da corollario alle squadre baresi (oltre al Molfetta, Trani e Terlizzi) che hanno speso oltre il milione di euro per primeggiare. Ma niente è più appagante del lavoro e della limpidezza di condotta. Niente è più gratificante dei sacrifici di un gruppo compatto e determinato pienamente cosciente della sua forza. Avessimo dato più peso a questi valori, forse avremmo meno sofferto questa vigilia.
In un campionato super dominato, che ripeto ha moralmente incoronato già vincente il Toro, ci avviciniamo alla partita clou con un solo punto di distacco. Cioè nulla. Significa che una stagione giocata ad altissimo livello non è ancora servita a nulla, significa mettere sul piatto il destino di una stagione e giocarselo in 90 minuti. Ancor più duro se bisogna rinunciare ai due bomber principe, figli della scure dello sciagurato arbitro di sette giorni fa. Alle defezioni per mano del giudice sportivo, fanno da contraltare quelle figlie degli infortuni. Marini è out; Veron (naturale sostituto di Di Rito) si infortuna e si frattura lo zigomo in allenamento, Contessa ha una caviglia come un melone, Bassi è claudicante, Moreno non al meglio.
Non è che la Liberty se la passi meglio, ma questi non sono i presupposti per chiudere il campionato, soprattutto dovendosi inventare il reparto avanzato. Questa settimana Nardò ha respirato un’aria indecifrabile; un misto di fremito e di ansia, la città si è attorcigliata sull’argomento cardine: lo scontro che vale la serie D. Prevendita da urlo, gente rapita dall’evento! E mezz’ora prima del fischio iniziale il comunale offre un colpo d’occhio da brividi. Ritrovo una insolita lucidità sull’onda emotiva del momento e penso a quanto sia grande il cuore della gente della mia città. La semplicità della mia gente, capace di fare follie pur di spingere (e si badi bene solo sportivamente) in alto il nome di Nardò. E’ bello, è meraviglioso, è straordinario. Il tetto della tribuna coperta oscilla vistosamente al salto dei 5000. Gli atleti fanno il loro ingresso in campo attoniti. Tutti a bocca aperta a guardare la muraglia umana, ma fra di loro c’è chi ha il cuore del toro pronto a pulsare ferocemente per la maglia granata e ci chi da avversario è percorso da brividi di paura. La formazione è risaputa benché, come scritto c’è chi stringe i denti.
Bassi in porta, De Padova, Calabuig, Raponi e Contessa in linea di difesa. Centrocampo con Irace, Ruggiero e Frascolla. Attacco con De benedictis esterno di sinistra, Turitto eterno di destra e Parlacino centrale. Cioè quello che è stato fino ad ora un ariete (Di Rito) a dirigere il centrattacco oggi, giocoforza, è il più piccolo della squadra. Ricordo che un insegnante mi disse: un uomo piccolo ma carico di rabbia diventa devastante anche contro un gigante. Ed aveva ragione: perché la squadra granata spinta dal suo popolo è una furia.
Spadroneggia e dilaga annichilendo l’avversario che tramortito pensa solo a difendersi. Le occasioni fioccano e ripetutamente il bersaglio è mancato di un niente. Il cuore dei 5.000 è rinfrancato dal furore agonistico dei propri beniamini. Il comunale è una bolgia! Quella palla deve entrare. Questo campionato deve consacrarci vittoriosi. E il gol arriva, su rigore ma arriva! Con la fierezza nello sguardo e le determinazione di voler battere, va sul dischetto il migliore fino a quel momento del match: Ruggiero!
Ho pensato ai miei figli, rivelerà dopo! Con tutto l’ardore e la passione argentina scarica in porta un diagonale che spiazza il numero uno ospite. Non esulto: mi concentro per catturare l’attimo. Voglio fare mio il ruggito dei 5000, voglio imprimermi quei momenti nella memoria, voglio bearmi di quell’urlo gioioso e rabbioso al tempo stesso! Dura pochi attimi, ma non si può descrivere!
Molfetta, i molfettesi, il mondo intero (eravamo in diretta satellitare) si ferma e guarda la mia città.
Siamo arrivati su Marte col nome, adesso ci siamo arrivati anche con la voce.
Nardò ha vinto, la mia città ha vinto! Grazie ragazzi.
Nardò vi ama!